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Il Cantico dei Cantici della Bibbia

Il Cantico dei Cantici è un testo contenuto nella Bibbia ebraica (Tanakh) e cristiana, scritto tra il VI e IV secolo a.C. da un anonimo, forse uomo o donna ed è uno degli ultimi testi accolti nel canone della Bibbia addirittura un secolo dopo la nascita di Cristo, col sinodo rabbinico di Iadne. È un poema che descrive in 8 capitoli, l'amore fisico tra un uomo e una donna. La versione del Cantico che si legge oggi, non è sicuramente quella scritta 2400 anni fa, è stata infatti rivista ed adattata nei secoli successivi. 

Molti libri biblici parlano d’Amore con parole di alto lirismo, come il Cantico dei Canti (Il Canto sublime), attribuito a re Salomone, ma forse di un poeta anonimo (scritto tra il VI e IV secolo a.C.), di natura più propriamente poetica che sacra. Vi s’inneggia all’amore umano e profano di due giovani sposi che, in un ambiente pastorale, si cercano e si amano appassionatamente con i corpi e con le anime. Quest’amore è, però, pur sempre sacro perché proviene da Dio e dalla creazione dell’uomo. Anche in questo caso esiste forse un intento simbolico: lo sposo è Dio mentre la sposa è Israele; ed esiste forse anche la metafora dell’amore dell’anima umana per Cristo. In tale allegoria, l’“agàpe” (l’elevato, incondizionato e compassionevole amore di Dio) si sovrappone all’“eros”, il più basso amore sensuale e sessuale della sua creatura che è soprattutto desiderio di esclusività. I brani lirici sono uno più bello dell’altro, sempre arditi e ricchi di stupende e surreali espressioni d’amore.

Il poema inizia così: «Mi baci con i baci della sua bocca! / Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino.». E continua: «Il mio diletto è per me un sacchetto di mirra, / riposa sul mio petto. / Il mio diletto è per me un grappolo di cipro / nelle vigne di Engaddi. / Come sei bella, amica mia, come sei bella! / I tuoi occhi sono colombe. / Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso! / Anche il nostro letto è verdeggiante. / Le travi della nostra casa sono i cedri, / nostro soffitto sono i cipressi.» (1. Amabilità dello sposo.). Nel secondo capitolo la sposa invoca: «Sostenetemi con focacce d’uva passa, / rinfrancatemi con pomi, / perché sono malata d’amore. / La sua sinistra è sotto il mio capo / e la sua destra mi abbraccia.». E così continua: «Somiglia il mio diletto a un capriolo o a un cerbiatto. / […] / Il mio diletto è per me e io per lui. / Egli pascola il gregge tra i gigli. / Prima che spiri la brezza del giorno / e si allunghino le ombre / ritorna, o mio diletto, / somigliante alla gazzella / o al cerbiatto, / sopra i monti degli aromi.» (2. Lo sposo cerca la sposa.)». In un successivo capitolo lo sposo esclama: «Come sei bella, amica mia, come sei bella! / Gli occhi tuoi come colombe, / dietro il tuo velo. / Le tue chiome come un gregge di capre, / […] / I tuoi denti come un gregge di pecore tosate, / […] / Come un nastro di porpora le tue labbra / e la tua bocca è soffusa di grazia; / come uno spicchio di melagrana la tua gota / attraverso il tuo velo. / Come la torre di Davide il tuo collo, / […] / I tuoi seni sono come due cerbiatti, / gemelli di una gazzella, / che pascolano tra i gigli. / […] / Tutta bella tu sei, amica mia, / in te nessuna macchia.» (4. Lodi alla bellezza della sposa.). E continua la celebrazione della sposa: «Quanto soavi le tue carezze, / sorella mia, sposa, / quanto più deliziose del vino le tue carezze. / L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi. / Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa, / c’è miele e latte sotto la tua lingua / e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano. / Giardino chiuso tu sei, / sorella mia, sposa, / […]» (4. Invito alla sposa.).

A sua volta, la sposa amante celebra le innumerevoli virtù dello sposo: «Il mio diletto è bianco e vermiglio, / riconoscibile tra mille e mille. / Il suo capo è oro, oro puro, / i suoi riccioli grappoli di palma, / neri come il corvo. / I suoi occhi come colombe / su ruscelli di acqua; / i suoi denti bagnati nel latte, posti in un castone. / Le sue guance come aiuole di balsamo, / aiuole di erbe profumate; / le sue labbra sono gigli, / che stillano fluida mirra. / Le sue mani sono anelli d’oro, / incastonati di gemme di Tarsis. / Il suo petto è tutto d’avorio, tempestato di zaffiri. / Le sue gambe, colonne di alabastro / posate su basi d’oro puro. / Il suo aspetto è quello del Libano, / magnifico come i cedri. / Dolcezza è il suo palato; / egli è tutto delizie! / Questo è il mio diletto, questo è il mio amico, / o figlie di Gerusalemme» (5. Descrizione dello sposo.).

Lo sposo adorante osserva invece: «Le curve dei tuoi fianchi sono come monili, / opera di mani d’artista. / Il tuo ombelico è una coppa rotonda / che non manca mai di vino drogato. / Il tuo ventre è un mucchio di grano, / circondato da gigli. / I tuoi seni come due cerbiatti, / gemelli di gazzella. / Il tuo collo come una torre d’avorio; / i tuoi occhi sono come i laghetti di Chesbon / presso la porta di Bat-Rabbim; / il tuo naso come la torre del Libano / […] / Quanto sei bella e quanto sei graziosa, / o amore, figlia di delizie! / La tua statura somiglia a una palma / e i tuoi seni a grappoli. / Ho detto: “Salirò sulla palma, / coglierò i grappoli di datteri; / mi siano i tuoi seni come grappoli d’uva / e il profumo del tuo respiro come di pomi” / Il tuo palato è come vino squisito, / che scorre dritto verso il mio diletto / e fluisce sulle labbra e sui denti!» (7. Contemplazione della sposa.).

Denso di ardore amoroso è l’ultimo brano del Canto: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore, / come sigillo sul tuo braccio; / perché forte come la morte è l’amore, / tenace come gli inferi è la gelosia; / le sue vampe son vampe di fuoco / una fiamma del Signore! / Le grandi acque non possono spegnere l’amore / né i fiumi travolgerlo. / Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa / in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio.» (8. Stabilità dell’amore.).

A Terni il 13 febbraio del 2006 Roberto Benigni, per celebrare la festa di San Valentino (Santo patrono di questa città), ha letto e commentato il Cantico dei cantici nel suo monologo (L'amore farà vivere al Teatro Verdi di Terni) e ha aggiunto: «Il Cantico dei Cantici è antecedente di parecchio a lui [Gesù]. È stato attribuito a Salomone, anche se in realtà non c’entra niente. Però è stato inserito tra i libri Sapienziali, perché è un libro ispirato. Per questo sta nella Bibbia. Perché per stare nella Bibbia ci vuole l’ispirazione: Dio dà l’ispirazione, quello scrive e  Dio lo fa diventare vero. Perché Dio volentieri s’ispira a coloro che ha ispirato. Quindi ha ispirato qualcuno, che non sappiamo chi sia, che ha scritto questo gioiello di bellezza, proprio in mezzo alla Bibbia.»

Il Cantico dei Cantici è un gioiello che è stato donato all’umanità, di cui un rabbino del secondo secolo dopo Cristo ebbe a dire:

«L’universo intero non vale il giorno in cui fu dato all’umanità il Cantico dei cantici”. Ora ve lo leggo: io l’ho scritto a lapis, e non a biro, perché don Paglia mi ha detto che non si può copiare la Bibbia con qualcosa di metallico, perché con il metallo si forgiano le armi.»

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